Cronaca

“Voleva dei bambini da me”: Segregata a 9 anni nel bunker dell’orco

di  Redazione  -  23 Ottobre 2019

“Voleva dei bambini da me”: Segregata a 9 anni nel bunker dell’orco

Era il 28 dicembre 1992, quattro giorni dal Natale, poche ore dal compimento del progetto di John Esposito, appaltatore di Long Island, single e di mezza età. Tutto era pronto giù nel box, sette metri sotto il piccolo appartamento a Bay Shore. John aveva curato con le sue mani ogni dettaglio, scavato la botola, costruito la gabbia, inchiodato le catene e sistemato le coperte e la piccola tv, unico faro di luce nel bunker. Lei sarebbe stata lì, al riparo dalle voci, dal frastuono, dagli odori acri di normalità, dal giudizio delle persone, solo sua per un tempo indefinito, finché avrebbe funzionato.

Difficile prevedere quanto sarebbe durata, era la prima volta che John costruiva una prigione per una schiava bambina.

Katie gli piaceva molto. Figlia di Linda e Sal, una coppia di amici che abitava poco lontano, aveva nove anni e andava (saltuariamente) alle elementari. John non lo aveva mai nascosto, tanto che sveva chiesto più volte a Linda di poterla portare a fare un giro al parco e, questa volta lei aveva detto di sì. A Linda Inghilleri non importava cosa facesse la figlia del suo uomo e della ex moglie quando non poteva esserle utile. Di giorno, costringeva la bambina a pulire e accudire la casa come una domestica, di notte, la lasciava dormire sul divano, dove il suo Sal la andava a trovare, per dare sfogo ai desideri più abietti. Katie cresceva alla deriva, sola, in un lurido appartamento dove andavano in scena ogni giorno abusi sessuali, fisici e psicologici. Il suo unico sogno era quello di tornare a stare con Marilyn, la madre naturale, ma dopo la separazione, questa l’aveva affidata al marito per andare a lavorare.

“Andiamo a casa mia, ti ho comprato un regalo di compleanno” le disse Esposito quella mattina. Katie avrebbe compiuto gli anni due giorni dopo e, come ogni bambina, non poteva credere di ricevere un regalo, così accettò entusiasta, poi notò l’aria tesa di lui, ma ormai era tardi: era in trappola. ‘Ora chiami i tuoi e gli dici quello che ti dico’. Katie digitò il numero di casa il telefono dava sempre occupato, allora, sotto minaccia, recitò il messaggio: “Aiuto, sono stata rapita da un uomo con un coltello”. Arrivarono all’appartamento, lui la spinse giù per i gradini della botola che si apriva sotto il suo garage. Era un cunicolo buio, stretto sul cui fondo c’era una gabbia di legno appesa al soffitto con una catena, come allo zoo, intorno c’era un comò con una tv. La spinse dentro, le incatenò il collo, le mani e i piedi e andò via. Ridiscese quella notte, giocarono insieme a un videogame e poi iniziò a toccarla.

Le ricerche
Fuori dal bunker, intanto, la polizia cercava la piccola Beer scomparsa per le strade di New York. Le auto pattugliavano le strade, gli agenti fermavano i veicoli sospetti, un presidio fisso venne istallato  a Bay Shore, a pochi metri dalla casa. A dare l’allarme era stato proprio lui, John Esposito, additando un fantomatico manigoldo con il coltello che avrebbe rapito Katie al parco. La prima cosa che gli agenti fecero dopo aver preso nota della denuncia di Esposito – schedato per precedenti di rapimento di minori e un aggressione al fratello di Katie – fu andare a controllare la sua abitazione. Le scarpe degli agenti calpestavano il pavimento del garage, a una manciata di metri dalla testa di Katie, lei gridava aiuto, ma nessuno la sentiva. Tutto il tempo speso a progettare il rifugio sotterraneo, pensò Esposito, non era andato sprecato. Nel bunker Katie era terrorizzata. Quando capì – e avvenne quasi subito – che non sarebbe mai uscita dal bunker chiese a John cosa ne sarebbe stato di lei, avrebbe potuto studiare, avrebbe avuto mai un lavoro e come avrebbe fatto a sposarsi e avere dei bambini restando lì. “Non hai bisogno di andare a scuola, ti insegnerò io tutto quello che devi sapere, non dovrai neanche lavorare, ho soldi per tutti e due. Quando avrai 18 anni ci sposeremo e avrai dei bambini”.

La confessione dell’orco: ‘L’amavo’
Nel quartiere tutti pensavano che Katie fosse nelle mani di Esposito, quell’uomo untuoso e inquietante si cui tutti avevano paura. Anche la polizia lo credeva e lavorava fermamente sul quella pista. Dalle immagini delle telecamere di sorveglianza di Spaceplex Park, il parco dei divertimenti dove l’appaltatore aveva descritto il rapimento, si vide chiaramente Esposito camminare solo. Aveva mentito e tutti erano convinti che Katie fosse stata uccisa e in un certo senso era così. Chiusa in quell’odiosa prigione, incatenata e malnutrita, Katie era certa che sarebbe morta, eppure subiva, accettava le scandalose carezze e le violenze, sperando che un giorno quell’incubo sarebbe finito. Con la polizia alle calcagna, in un clima di condanna sociale e sospetto, dopo aver lavorato per mesi al bunker che avrebbe realizzato i suoi sogni, Esposito cedette: il 13 gennaio 1993 si costituì “Non le avrei mai del male fatto del male. Mi piace, l’ho amata, davvero”, disse guidando gli agenti al nascondiglio. Con gli occhi feriti dalla luce, smagrita e spaventata, la piccola Katie fu portata fuori dal bunker sana e salva.

L’epilogo
La notizia dell’arresto del pedofilo fece il giro dei quotidiani nazionali, che dedicarono le loro prime pagine al rapimento di Long Isalnd, la storia dell’anno, quella del salvataggio di una bambina dalle grinfie dell’orco. Di un salvataggio doppio, tuttavia, perché in quella che chiamava casa, Katie non sarebbe mai più tornata, ma fu affidata a un’altra famiglia. Il rapimento di un orco, incredibilmente, non fu la cosa peggiore che potesse capitarle, al contrario. Mentre il suo aguzzino scontava la pena di 12 anni di carcere Katie trascorse gli anni migliori della sua vita in una casa sicura e in compagnia di una famiglia amorevole, con la quale ha vissuto fino al termine degli studi universitari.

Sposata felicemente con Derek, è oggi mamma di due bambini e autrice di un ‘Buried Memories’ autobiografia scritta a quattro mani con la giornalista, Carolyn Gusoff. In una recente intervista, Katie Beers ha parlato di quel rapimento come dell’evento che l’ha salvata. Esposito è morto nel 2013 ella prigione Sing Sing a Westchester County, apparentemente per cause naturali. (Fanpage)

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