Un pescatore subacqueo di origine italiana Steven “Mattas” Mattaboni lo scorso 16 maggio, si è immerso assieme ad alcuni amici nelle acque di Horseshoe Reef, nei pressi a Rottnest Island (Australia
Occidentale). Era appena riemerso nei pressi dell’imbarcazione con la quale era arrivato, ma è stato colto di sorpresa alle spalle da uno squalo. È stato immediatamente trasferito a bordo dai suoi
amici e trasportato d’urgenza sulla spiaggia, dove ad attenderlo c’erano i soccorsi allertati telefonicamente. Purtroppo non c’è stato nulla da fare per salvargli la vita. Secondo quanto affermato dalle autorità
locali, nella zona dell’attacco era stato visto da pochissimo uno grande squalo bianco, che si ritiene essere il principale responsabile dell’aggressione mortale. Anche ABC News conferma la specie
coinvolta nell’incidente. Questi pesci, classificati come “vulnerabili” (codice VU) nella Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), possono superare i 6 metri di lunghezza per
oltre 2 tonnellate di peso. Vivono praticamente in tutte le acque tropicali e temperate del mondo e sono fortemente minacciati dalle attività umane. Ogni anno, in media, si registrano circa dieci casi di
attacchi mortali da parte degli squali, un numero sensibilmente inferiore di quello provocato da cani (25.000), serpenti (50.000) e altre specie. Eppure, nonostante la casistica relativamente contenuta, per
motivi anche culturali le aggressioni di questi pesci cartilaginei vengono amplificate a dismisura, rischiando di danneggiare ulteriormente degli animali che non hanno alcuna colpa se non quella di comportarsi
da predatori – raramente per “mangiare” – nel proprio habitat naturale. Tra i Paesi in cui si registrano più attacchi figura l’Australia, nelle cui acque vivono numerosi grandi squali e alcune delle specie
principalmente citate negli incidenti mortali. Lo squalo leuca (Carcharhinus leucas), lo squalo bianco (Carcharodon carcharias), e lo squalo tigre (Galeocerdo cuvier), tutti appartenenti alla famiglia dei
carcarinidi, sono i tre più coinvolti, in particolar modo i primi. Secondo gli esperti, nella stragrande maggioranza dei casi gli squali non attaccano le persone per scopi alimentari, dato che non rientriamo nel loro
“menù” naturale, ma per capire con che cosa hanno a che fare, per “assaggiarci” e valutare se siamo buoni o meno in base agli organi sensoriali. Il biologo marino Blake Chapman ha affermato alla BBC che questi
pesci hanno denti e gengive che possono funzionare come “strutture meccanosensoriali”, in grado di determinare la natura e la qualità di ciò che stanno mordendo. In genere capiscono subito
che un essere umano non fa per loro, ma trattandosi di pesci enorme e potentissimi, talvolta i loro morsi esplorativi possono essere devastanti e mortali. Fonte Fanpage.it.