Le tracce di Dna maschile individuate sui jeans indossati da Liliana Resinovich e su uno dei sacchi neri che avvolgevano il suo corpo appartengono a un operatore che aveva maneggiato i reperti nel luglio 2023 durante gli accertamenti. È quanto sarebbe emerso da una comparazione effettuata dalla polizia scientifica, che avrebbe consentito di chiarire l’origine di uno dei profili genetici individuati nel corso delle indagini sulla morte della donna.
Liliana Resinovich, 63 anni, era scomparsa il 14 dicembre 2021 ed era stata ritrovata senza vita il 5 gennaio 2022 nel roseto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste. La perizia sui reperti aveva individuato tre diversi profili di Dna maschile su alcuni oggetti riconducibili alla vittima.
Il primo, presente sia sui pantaloni sia sul sacco nero, sarebbe dunque riconducibile all’operatore che aveva maneggiato i reperti il 28 luglio 2023. Restano invece senza una precisa attribuzione le altre tracce genetiche individuate sul cordino che legava le chiavi trovate nella borsa della donna e sulla sua maglietta, dove era stato isolato un capello, indicato nella perizia come “Ancona 1”.
Gli accertamenti dattiloscopici hanno inoltre permesso di individuare quattro ulteriori tracce sui sacchi neri, compatibili con un contatto con un guanto da lavoro nero ritrovato nei pressi del corpo. Al momento, tuttavia, non è stato possibile stabilire chi abbia indossato quel guanto.
Secondo quanto emerge dalla perizia, nessuna delle tracce analizzate risulta attribuibile a Sebastiano Visintin, marito della vittima, indagato per omicidio, né ad altre persone vicine a Liliana.
Il prossimo passaggio sarà l’udienza del 30 ottobre, durante la quale verranno esaminati i risultati della lunga perizia consegnata il 12 ottobre. Visintin, convocato in Procura il 2 ottobre per essere interrogato, aveva scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, alla presenza dei suoi legali.
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