Un mondo in guerra visto con gli occhi di Napùl, a metà fra Napoli e Kabul

2 mesi fa
29 Maggio 2020
di redazione

“Da tempo viviamo una sorta di guerra mondiale quotidiana. Ci siamo solo illusi di vivere in pace e prosperità, ma la verità è che siamo sotto attacco. Lo abbiamo capito dall’11 settembre in poi, con gli attacchi del terrorismo islamico. Se c’è una città che tra tutte rappresenta questa contraddizione è proprio Napoli, da sempre crocevia tra oriente e occidente, tra passato e presente, tra bene e male. Una città in cui, nonostante il ritorno del turismo e del risveglio culturale, si è continuato a sparare e ammazzare, a far scorrere fiumi di droga e a far diventare i ragazzini feroci boss creando pericolose connivenze proprio col terrorismo di matrice islamica. È a causa di tutte queste ferite aperte che ho scritto Napùl”. A parlare è Marco Perillo, giornalista e scrittore, che in questa conversazione presenta così la raccolta di racconti pubblicata da Alessandro Polidoro Editore. Napùl è un nome che sta a metà tra Napoli e Kabul, una metafora per raccontare una città in guerra quotidiana. Quindici racconti sulla Napoli d’oggi, una città-soglia filtrata dagli occhi e dalle vite di chi la abita, esistenze vulcaniche che possono far luce sul mondo contemporaneo, sulla nostra quotidianità ricca di conflitti, paure e contraddizioni. Ma anche di tanta speranza e di un pizzico di sana ironia. “Dopo aver raccontato le bellezze e i tesori monumentali, le storie mitiche e le leggende di una città-mondo come quella partenopea – spiega Perillo – sentivo il bisogno, attraverso la narrativa, di affrontare il ‘dark side’ dell’essere umano in generale, filtrato dal luogo che conosco meglio. In fondo, come diceva Tolstoj, ‘se vuoi essere universale, parla del tuo villaggio’. E così tra queste pagine si incontrano i personaggi più disparati: un ragazzo che rinverdisce un antico mito ellenico; babygang in azione contro un autobus fermo nel traffico; un padre malavitoso che osteggia il fidanzato della figlia; i ricordi dell’11 settembre filtrati da chi ha conosciuto di persona gli attentatori; una madre costretta a far arrestare il figlio violento e tossicodipendente; il tragicomico destino di un boss malavitoso e quello beffardo di un trans nel giorno della strage di Parigi; e altro ancora. C’è molto di giornalistico e di cronaca, in questi miei racconti – continua Marco Perillo – tanto è vero che molti di essi sono partiti da spunti di cronaca recente: bambini costretti a confezionare dosi di droga, fidanzate con i compagni nell’esercito in terra straniera a rischiare la vita, forze dell’ordine corrotte. Ma la cosa sorprendente è stata anticipare i tempi: In un racconto parlo di uno scugnizzo dei nostri vicoli che a un certo punto, più per necessità che per convinzione, abbraccia la causa di Al Qaeda. L’ho scritto in tempi non sospetti, nel 2006, e mai avrei immaginato che una cosa del genere potesse accadere davvero, una decina d’anni dopo, con  terroristi che hanno combattuto per l’Isis realmente trovati e arrestati nel Napoletano e addirittura una ragazza della nostra terra convertita all’Islam più radicale, Maria Giulia Sergio, che si è rivelata essere la pericolosissima foreign fighter Fatima Az Zahara. La realtà che supera la fantasia, dunque. Eppure questo non deve sorprenderci. Napoli è sempre stata il lasciapassare per l’Oriente, una città più simile a Beirut e Gerusalemme che non a Berlino o Londra. E nella fattispecie più simile a Kabùl, la capitale dell’Afghanistan bombardata nel 2001 perché tenuta in mano dai talebani. Una città in guerra quotidiana, in cui la lotta per sopravvivere è talvolta più dura che altrove”.

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