La memoria del cuore: la nuova pista che lega ambiente e rischio cardiovascolare nei tumori

8 Luglio 2026 - 19:09

Uno studio del Pascale, pubblicato su Cardio-Oncology, suggerisce che il grasso che avvolge il cuore possa accumulare interferenti endocrini presenti nell’ambiente e contribuire alle complicanze cardiovascolari. Un’ipotesi ancora da confermare, ma che apre una nuova strada nella ricerca.

Napoli…

Perché alcuni pazienti oncologici sviluppano complicanze cardiovascolari dopo le terapie, mentre altri, sottoposti agli stessi trattamenti, non presentano alcun problema? La risposta potrebbe dipendere non soltanto dai farmaci, dalla predisposizione genetica o dagli stili di vita, ma anche da un fattore finora poco considerato: l’esposizione, spesso invisibile e quotidiana, alle sostanze chimiche presenti nell’ambiente.

È la nuova pista di ricerca esplorata dalla Cardiologia dell’Istituto dei tumori di Napoli in uno studio pubblicato sulla rivista Cardio-Oncology del gruppo Nature. Il lavoro propone un’ipotesi biologica innovativa: il grasso epicardico, il sottile strato di tessuto adiposo che avvolge il cuore, potrebbe accumulare nel tempo gli interferenti endocrini e diventare un microambiente capace di alimentare l’infiammazione e aumentare il rischio di malattie cardiovascolari nei pazienti oncologici.

Si tratta di un’ipotesi che richiederà ulteriori conferme sperimentali e cliniche, ma che amplia il campo della cardio-oncologia, disciplina nata per prevenire e trattare gli effetti delle terapie antitumorali sul sistema cardiovascolare e oggi sempre più orientata a comprendere tutti i fattori che possono influenzare il rischio cardiaco. Gli interferenti endocrini, conosciuti anche come Endocrine Disrupting Chemicals (EDCs), sono sostanze capaci di alterare il normale funzionamento del sistema ormonale. Sono presenti in moltissimi prodotti di uso quotidiano: bottiglie e contenitori di plastica, rivestimenti interni delle lattine, pellicole alimentari, cosmetici, pesticidi e numerosi materiali utilizzati nell’industria e nell’agricoltura.

<Negli ultimi anni abbiamo capito che non siamo esposti a una sola sostanza, ma a un vero e proprio cocktail di centinaia di molecole – spiega Vincenzo Quagliariello, specialista in patologia clinica e primo autore dello studioL’aspetto più importante è che l’esposizione avviene in dosi molto basse, ma in modo continuo, per tutta la vita. Tra gli interferenti endocrini più studiati figurano i bisfenoli, gli ftalati, i PFAS – noti come forever chemicals per la loro lunga permanenza nell’ambiente – e altri inquinanti persistenti che possono rimanere nel suolo e nella catena alimentare per molti anni>.

Uno degli aspetti più innovativi dello studio riguarda il tessuto adiposo. Oggi il grasso non è più considerato un semplice deposito di energia, ma un vero organo endocrino, capace di produrre molecole che influenzano il metabolismo e i processi infiammatori. Molti interferenti endocrini sono lipofili, cioè tendono ad accumularsi proprio nel grasso corporeo. Da qui nasce l’ipotesi dei ricercatori del Pascale. <Il grasso epicardico– continua Quagliariello – potrebbe rappresentare una sorta di deposito locale di queste sostanze, mantenendo uno stato infiammatorio cronico a diretto contatto con il cuore e con le arterie coronarie. Un meccanismo che, se confermato, potrebbe contribuire a spiegare perché alcuni pazienti sviluppino più facilmente aterosclerosi, infarto, fibrillazione atriale o scompenso cardiaco, soprattutto dopo trattamenti oncologici potenzialmente cardiotossici>.

Negli ultimi anni la ricerca ha mostrato che tumori e malattie cardiovascolari condividono numerosi meccanismi biologici, dall’infiammazione cronica allo stress ossidativo, fino alle alterazioni del metabolismo e dei processi che regolano l’attività dei geni. È in questo contesto che si inserisce il concetto di esposoma, cioè l’insieme delle esposizioni ambientali che ciascuno accumula nel corso della vita: non solo l’inquinamento atmosferico, ma anche l’alimentazione, i materiali con cui entrano in contatto gli alimenti, le sostanze presenti negli ambienti domestici e lavorativi.

<Il nostro studio – spiega Nicola Maurea, direttore della Struttura Complessa di Cardiologia – non dimostra che gli interferenti endocrini siano direttamente responsabili delle complicanze cardiovascolari nei pazienti oncologici. Raccoglie però numerose evidenze sperimentali e cliniche che suggeriscono come l’ambiente possa rappresentare un importante modificatore del rischio. La medicina di precisione del futuro non potrà limitarsi ai geni o ai farmaci: dovrà considerare anche tutto ciò a cui siamo esposti durante la vita. Per questo pur non essendo possibile eliminare completamente l’esposizione agli interferenti endocrini, piccoli accorgimenti quotidiani, come limitare l’uso della plastica per conservare o riscaldare gli alimenti e privilegiare cibi freschi rispetto a quelli ultra-processati,possono contribuire a ridurre il carico complessivo di queste sostanze. Un gesto semplice che, insieme alla ricerca, potrebbe diventare parte della prevenzione del futuro>.

  •