Piazze attraversate da centinaia di migliaia di persone, città tagliate fuori dal resto del mondo, famiglie senza più notizie dei propri cari: tutto converge in un unico quadro, in cui la repressione interna e la pressione internazionale si rafforzano a vicenda. Mentre il regime intensifica il controllo sul Paese, la crisi iraniana travalica i confini nazionali e diventa un nodo geopolitico sempre più esposto, dove le dichiarazioni delle grandi potenze si sovrappongono — spesso senza incontrarsi — alla realtà che si consuma sul terreno.
Da Washington, Donald Trump esorta pubblicamente gli iraniani a «continuare le manifestazioni» e a «prendere il controllo delle istituzioni», annunciando la cancellazione di ogni incontro con i funzionari di Teheran e promettendo che «l’aiuto è in arrivo». Da Mosca arriva una replica immediata e durissima: eventuali nuove minacce statunitensi vengono definite «inaccettabili», con l’avvertimento che un ulteriore attacco avrebbe «conseguenze disastrose». Alle Nazioni Unite, intanto, la missione iraniana accusa gli Stati Uniti di perseguire apertamente un cambio di regime, denunciando una strategia basata su sanzioni, minacce e destabilizzazione come preludio a un intervento militare. In questo contesto, il segretario di Stato Marco Rubio tenta di abbassare i toni, parlando di possibili «risposte non militari».
La distanza tra il linguaggio diplomatico e ciò che accade all’interno del Paese, però, continua ad ampliarsi. Sul piano interno, questo scarto si traduce in un isolamento imposto dall’alto: da giorni l’Iran è sottoposto a un blackout nazionale di Internet, destinato a protrarsi ancora per una o due settimane. Una misura già adottata in passato, ma che oggi assume un significato ancora più radicale. Il taglio delle comunicazioni non serve solo a ostacolare il coordinamento delle proteste: è uno strumento di potere, pensato per rendere invisibile la violenza, separare chi protesta da chi osserva, chi muore da chi potrebbe raccontarlo.
È da questo silenzio forzato che emerge la testimonianza di Paran Tanzifi, imprenditrice iraniana, ceo e cofondatrice della piattaforma Phoebe, oggi residente a Parigi dopo aver lasciato il Paese sette anni fa. A Fanpage.it racconta cosa significhi vivere la repressione a distanza, quando l’interruzione delle comunicazioni diventa essa stessa una forma di terrore. «È un incubo», spiega. «Controllo il telefono continuamente, non per leggere nuove notizie, ma per rivedere vecchi messaggi. Negli ultimi sette giorni ho aperto WhatsApp, Telegram e Signal centinaia di volte, aspettando solo che quei messaggi passino da “inviato” a “consegnato”. Sono disperata. Attendo anche il segnale più piccolo che indichi che Internet sia tornato, che siano di nuovo online e, soprattutto, che siano vivi».
Un blackout che, sottolinea, va ben oltre la censura. «Quei messaggi restano non letti, e quel silenzio è assordante. Siamo milioni nella diaspora iraniana — in Francia, in Italia, in tutto il mondo — bloccati in uno stato di ansia paralizzante. Non sappiamo se i nostri cari siano al sicuro o se siano tra i morti. Il regime ha tagliato linee fisse e reti mobili per diffondere il terrore e occultare un massacro. Hanno spento Internet per uccidere nell’ombra, senza testimoni. È per questo che parlo: per squarciare quell’oscurità. Se non posso essere fisicamente in Iran, ho il dovere di essere la loro voce».
Le poche informazioni che riescono a filtrare dal Paese parlano intanto di una repressione sempre più brutale. «Non stanno più usando solo strumenti antisommossa. Sparano a vista, con mitragliatrici e munizioni vere, contro chiunque osi protestare. È un livello di violenza molto più letale rispetto al 2019 o al 2022».
Alla violenza nelle strade si affianca poi quella giudiziaria. Il procuratore generale Mohammad Kazem Movahedi-Azad ha annunciato che i manifestanti arrestati saranno incriminati per Moharebeh, “guerra contro Dio”, un’accusa che prevede la pena di morte. «Questa dichiarazione mette migliaia di detenuti a rischio immediato di esecuzioni sommarie. Non stanno solo uccidendo nelle piazze: stanno preparando il terreno per eliminare i sopravvissuti nelle carceri».
Una minaccia tutt’altro che teorica. Nelle ultime ore, le autorità hanno comunicato alla famiglia di Erfan Soltani, manifestante di 26 anni arrestato durante le proteste, che la sua esecuzione sarebbe prevista per oggi. Arrestato in casa e condannato a morte in pochi giorni, Soltani si troverebbe nel carcere di Qazl-Hesar, vicino a Teheran. Il blackout, però, rende impossibile verificare le sue condizioni e persino sapere se l’ultima visita concessa alla famiglia sarà un addio.
Il suo caso non è isolato, ma rappresenta la natura di un regime che colpisce da anni chi osa opporsi. E spiega perché ridurre questa rivolta a una protesta economica significhi non coglierne la portata. «La svalutazione della moneta è stata la scintilla», chiarisce Tanzifi, «ma il carburante sono quarantasette anni di oppressione. Non rischi la vita solo perché il pane costa di più. Lo fai perché sotto questo sistema non esiste futuro». La Repubblica islamica, sostiene, ha da tempo perso il consenso di gran parte della società. «Non ha mai rappresentato davvero il popolo iraniano. Le sue politiche hanno costretto milioni di persone, me compresa, a lasciare il Paese. Non siamo emigrati: siamo stati espulsi da un sistema che governa da almeno vent’anni solo con la forza».
«La forza non è legittimità», conclude. «Si può occupare un Paese con le armi, ma non si può governare un popolo che ha deciso di essere libero».
In questo vuoto politico, nelle proteste riaffiora anche il nome di Reza Pahlavi come possibile figura di transizione. «Può avere un ruolo», afferma Tanzifi. «Non chiediamo un nuovo dittatore, ma qualcuno capace di fermare l’emorragia e aprire uno spazio in cui gli iraniani possano finalmente scegliere il proprio futuro». Guardando alla storia, aggiunge, «le grandi svolte sono spesso nate da alleanze internazionali. Quando un regime è disposto a distruggere tutto pur di restare al potere, il mondo non può limitarsi a rituali diplomatici».
Il messaggio finale è rivolto all’Europa e all’Italia: «Espellete gli ambasciatori. Non stringete la mano a chi ordina di sparare sui propri cittadini. Se il mondo crede davvero nei diritti umani, deve smettere di legittimare un regime che ha perso ogni autorità. Schieratevi con le persone, non con gli assassini».
Fonte: Fanpage.it