L’immigrazione resta un tema centrale nel dibattito politico e giuridico europeo.
A riaccendere le polemiche è la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 26 luglio, che ha messo in discussione la possibilità per gli Stati membri di rigettare automaticamente, e in forma accelerata, le richieste d’asilo basandosi sulla nozione di “Paesi di origine sicuri”.
Una pronuncia che sembra mettere i bastoni tra le ruote ai piani del governo Meloni. L’esecutivo, infatti, sembra essere determinato a riattivare le procedure semplificate per i rientri forzati, anche valutando la riconversione dei centri realizzati in Albania nell’ambito del contestato accordo con Tirana. La posizione del governo è che quei centri, non menzionati espressamente dalla Corte, non siano stati dichiarati illegittimi. Ma si tratta di una lettura politica, che trova forte opposizione tra giudici e giuristi.
Nel frattempo, a Bruxelles, la Commissione europea tenta di correre ai ripari. Dopo aver cambiato più volte posizione nel corso del procedimento – prima negando, poi ammettendo la possibilità di considerare “sicuri” anche Paesi con forme di persecuzione sistemica – ora spinge per un’adozione anticipata del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. “Incoraggiamo Parlamento e Consiglio ad agire il più rapidamente possibile”, ha dichiarato un portavoce alla testata AGI, lasciando intendere che con le regole attuali l’Italia ha oltrepassato i limiti previsti dal diritto europeo.
Il nuovo Patto, che dovrebbe entrare in vigore nel giugno 2026, prevede procedure di frontiera più snelle, una lista condivisa di Paesi sicuri e rimpatri più rapidi. La Commissione ha già presentato ad aprile una proposta per anticiparne l’attuazione, ma l’approvazione richiede l’accordo di Parlamento, Consiglio e Commissione, attraverso il cosiddetto “trilogo”. Un iter complesso che richiederà tempo, mediazioni politiche e passaggi formali.
In Italia, la risposta del mondo giuridico alla sentenza della Corte UE è stata immediata e decisa. Secondo l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), rappresentata dal segretario Rocco Maruotti, la decisione ha un valore strutturale che non verrà superato nemmeno con l’entrata in vigore del nuovo Patto: “Il principio secondo cui è il giudice a decidere se un Paese è sicuro non può essere cancellato da nessuna norma”, ha dichiarato Maruotti al Corriere della Sera.
Dello stesso avviso l’Unione delle Camere Penali Italiane, che ha ribadito l’importanza del controllo giurisdizionale sui diritti fondamentali. “Ogni migrante deve poter contestare la designazione del proprio Paese come sicuro, e un giudice deve poterlo verificare”, si legge nella nota dell’associazione.
Una posizione che mette in crisi l’impianto normativo su cui si fondano i decreti sicurezza e l’intera politica dei rimpatri accelerati, aprendo un nuovo fronte di scontro tra istituzioni nazionali e diritto europeo.
Fonte: Fanpage.it