Cinzia Brancato: l’ esperienza di adozione diventa un romanzo che parla a tutti

1 Luglio 2026 - 16:58

Cinzia Brancato: l’ esperienza di adozione diventa un romanzo che parla a tutti

Karim – Il bambino dal compleanno inventato, edito dalla casa editrice La Valle del Tempo, è opera solida per la sua schiettezza narrativa e per sua la capacità di riuscire ad estendere il discorso verso una descrizione onesta delle problematicità sociali, emotive ed affettive, che caratterizzano l’adozione di un bambino.  In questo romanzo, Cinzia Brancato va oltre la semplice diaristica retorica, effettuando un processo di scavo che delinea l’umana psicologia dei personaggi e risponde con compostezza e veridicità a tutti gli schemi sociali che inevitabilmente caratterizzano questa particolare esperienza di vita.

Ne parliamo con l’autrice

 

Copertina di “Karim – Il bambino dal compleanno inventato”

Primissima domanda: quanto di autobiografico c’è in questo romanzo?

Tutto. Non c’è nulla di inventato

Ciò che colpisce, anzitutto, di “Karim – Il bambino dal compleanno inventato” è la naturalezza con la quale riesci a mostrare le fasi assolutamente umane della maternità. Con incisiva forza riflessiva e narrativa, infatti, spogli la maternità di quel retorico sostrato che vorrebbe confinata la donna-madre al mero ruolo di tempio che accoglie semplicemente una nuova vita, portando in primo piano lo sconvolgimento fisiologico ed esistenziale che caratterizza una vita che non è più la stessa. Dinanzi ad una posizione tanto forte e pensata, credi che questo tuo romanzo possa rappresentare un invito per la società comune a spostare lo sguardo finalmente verso la donna, non intendendola più come un semplice grembo? Credi che possa essere anche un invito per tutte le donne-madri a non sentire più come una macchia da cancellare il proprio bagaglio di insicurezze, il proprio bagaglio di fondate paure?

Questo libro non nasce con l’intenzione di raccontare la mia vita, né di parlare solo di maternità o di adozione. Quelle sono dimensioni presenti, ma non il centro. Quello che mi interessava davvero era esplorare il peso delle aspettative che la società continua a proiettare sulle donne e più in generale sui genitori: l’idea che esista un modo giusto di essere, un percorso obbligato, quasi un destino.

La protagonista si muove dentro queste pressioni, le mette in discussione, prova a ridefinirsi senza aderire a un modello imposto. In questo senso, “Karim” è una storia che va oltre l’esperienza individuale e prova a toccare qualcosa di più ampio e condiviso. Non offre risposte, ma apre domande su cosa significhi oggi scegliere, essere libere, e restare fedeli a sé stesse anche quando questo comporta incertezza e paura. Più che un racconto autobiografico, il libro è una storia che attraversa temi profondamente contemporanei: la maternità vissuta fuori dagli schemi tradizionali, il desiderio e la paura di diventare genitori, il peso delle aspettative sociali, il significato dell’adozione lontano da ogni retorica.

Al centro del romanzo c’è una donna che ha sempre guardato alla maternità con timore. Non per mancanza di sensibilità o desiderio di amare, ma per la paura di perdersi dentro un ruolo percepito come assoluto e totalizzante. La scelta dell’adozione arriva così non come una vocazione improvvisa o un gesto eroico, ma come un percorso fragile, complesso e profondamente umano.

L’incontro con Karim — un bambino con una storia già iniziata, segnata da ferite invisibili e silenzi profondi — dà vita a una relazione costruita lentamente, fatta di avvicinamenti, distanze, dubbi e riconoscimenti reciproci. Il romanzo racconta il tempo dell’attesa, i colloqui, le valutazioni, il confronto con il partner, con la famiglia e con le proprie paure più intime.

Io credo che molte donne, ma anche molti uomini, si possano riconoscere

È particolarmente interessante il ruolo che il corpo ha in questo romanzo. Sono diversi i momenti in cui la protagonista somatizza, sente fuori e dentro di sé ciò che sta avvenendo. L’ estensione emotiva passa per continui atti sensibili e le stesse paure si palesano innanzitutto in un cambio corporeo, che diventa fenomeno di ciò che sta avvenendo nel proprio intimo. L’idoneità genitoriale è marcata proprio da esami clinici. Lasciando, quindi, spazio ad un’unica incursione teorica, quanto e come credi la società odierna debba riscrivere i propri meccanismi di autocoscienza, di relazione umana, civile, emotiva ed affettiva, passando per il corpo? C’è, attualmente, una ricezione sana del ruolo rappresentato dal corpo, soprattutto se femminile?

Nel romanzo il corpo non è mai soltanto un corpo: è il primo luogo in cui la protagonista comprende ciò che ancora non riesce a nominare. Prima delle parole arrivano le tensioni, la fatica, il dolore, gli esami clinici, le reazioni fisiche. Mi interessava raccontare proprio questo: quanto spesso il corpo sappia ciò che la coscienza impiega molto più tempo ad accettare.

Credo che oggi ci sia una contraddizione profonda. Da una parte il corpo è ovunque: viene esibito, misurato, monitorato, fotografato, giudicato. Dall’altra, però, viene ascoltato sempre meno. Lo trasformiamo facilmente in una prestazione o in un oggetto di valutazione, mentre perdiamo la sua dimensione più autentica, quella di luogo dell’esperienza e della verità emotiva.

Nel romanzo questa tensione emerge anche attraverso il tema dell’idoneità genitoriale. Gli esami clinici sono necessari, naturalmente, ma raccontano solo una parte della persona. Mi interessava mostrare come esista uno scarto inevitabile tra ciò che può essere certificato e ciò che invece appartiene alla complessità dell’essere umano: la paura, il desiderio, la capacità di prendersi cura, le ferite che ci portiamo dentro.

C’è poi un altro aspetto che mi stava a cuore. Di adozione si parla ancora troppo poco e, quando se ne parla, spesso lo si fa attraverso stereotipi o semplificazioni. Ci si concentra sugli aspetti burocratici o sul lieto fine, molto meno sul percorso emotivo, sull’attesa, sul senso di esposizione e sul modo in cui questo attraversa anche il corpo. Eppure sono esperienze che meritano di essere raccontate nella loro complessità, senza idealizzazioni ma anche senza pregiudizi.

Per questo penso che la nostra società abbia bisogno di ricostruire una relazione più consapevole con il corpo, non nel senso di attribuirgli un valore estetico o performativo, ma riconoscendolo come uno spazio di ascolto. Il corpo non è un ostacolo alla comprensione di noi stessi: spesso ne è l’inizio.

Questo riguarda tutti, ma il corpo femminile porta ancora un carico particolare. È un corpo su cui la società continua a proiettare aspettative, norme, giudizi e persino diritti da concedere o negare. È un corpo spesso osservato prima ancora che ascoltato. Credo che una ricezione davvero sana possa nascere solo quando smettiamo di considerarlo un territorio da controllare e iniziamo a riconoscerlo come il luogo in cui si intrecciano identità, vulnerabilità e libertà. È una trasformazione culturale che riguarda il modo in cui guardiamo gli altri, ma anche il modo in cui impariamo a guardare noi stessi.

Cinzia e Karim

Giungiamo, dunque, a Karim. Mi incuriosiva profondamente il sottotitolo e, pur avendo già in parte immaginato i suoi motivi, mi ha colpito molto il picco identitario ed emotivo che hai fornito al giorno fittizio del compleanno. Quel “3 giugno 2002” si può dire abbia rappresentato il momento esatto in cui Karim è divenuto tutt’uno con i suoi genitori adottivi, affidandogli addirittura le sorti irriducibili della sua vita intera? In quell’accettazione pacata e non rabbiosa è possibile collocare il punto di snodo dell’intero romanzo?

Il titolo del libro nasce proprio da lì, da una domanda che mi sono posta tante volte: che cosa significa non sapere davvero quando si è venuti al mondo?

Per molti di noi il compleanno è una certezza, un giorno che ci appartiene da sempre. Per tanti bambini adottati, invece, soprattutto quando arrivano da realtà difficili, quella certezza non esiste. È una mancanza che pesa molto più di quanto si possa immaginare, perché riguarda l’identità.

Il 3 giugno 2002 non è stato il tentativo di sostituire una verità con un’invenzione. È stato un gesto d’amore. Era il giorno in cui Karim è entrato nella nostra famiglia, il giorno in cui siamo nati come famiglia. Abbiamo scelto di festeggiarlo perché ogni bambino ha diritto ad avere una data che lo faccia sentire atteso, riconosciuto, festeggiato.

Ma quel compleanno non ha mai cancellato ciò che c’era prima. Il passato di Karim non è mai stato un territorio da rimuovere. È parte della sua storia e, proprio per questo, anche della nostra. L’adozione non riscrive una vita: la continua. Noi siamo arrivati dopo, con rispetto, cercando di costruire insieme un nuovo tratto di strada.

Se c’è un punto di svolta nel romanzo, forse è proprio questo: capire che essere genitori non significa possedere un figlio, ma accogliere anche ciò che non conosciamo di lui. L’amore non pretende di cancellare le ferite; resta accanto, le attraversa e, qualche volta, riesce persino a trasformarle in una nuova possibilità di felicità.

Una profonda empatia caratterizza il modo con cui descrivi sistematicamente ogni piccolo passo di questa vita di adozione che via via si costruisce. Ogni piccolo gesto compiuto dalla madre, dal padre, da Karim, è sviscerato con la nettezza schietta di chi vuole far vivere le fasi esistenziali dei suoi personaggi nella loro realtà, nella loro effettività. Da capo ufficio stampa dell’Istituto “Pascale”, quanto ha influito in questa prospettiva descrittiva la vicinanza e l’attenzione viscerale e sincera verso la sofferenza degli altri, che pratichi ogni giorno?

Credo che il mio lavoro mi abbia insegnato, prima di tutto, il valore dell’ascolto. Lavorare ogni giorno in un istituto oncologico significa entrare in contatto con storie profondissime, spesso attraversate dalla sofferenza, ma anche da una straordinaria capacità di resistere, di amare, di continuare a progettare il futuro. È un privilegio che comporta una grande responsabilità: raccontare senza invadere, dare voce senza appropriarsi del dolore degli altri. Non penso che questa esperienza mi abbia reso più empatica, perché l’empatia appartiene alla persona prima ancora che alla professione. Sicuramente, però, ha affinato il mio modo di osservare. Mi ha insegnato che dietro ogni storia ci sono sfumature che non possono essere semplificate e che i momenti apparentemente più piccoli sono spesso quelli che rivelano di più. Forse è per questo che nel romanzo mi soffermo sui gesti quotidiani. Mi interessava raccontare la nascita di una famiglia non attraverso gli eventi eccezionali, ma attraverso le cose minime: uno sguardo, un silenzio condiviso, un’incertezza, un’abitudine che prende forma. Credo che i legami si costruiscano proprio lì, molto più che nei grandi avvenimenti. Anche l’adozione, come la malattia, viene spesso raccontata attraverso il suo momento più eclatante: l’attesa, l’incontro, il traguardo. A me interessava invece ciò che viene dopo, o ciò che accade nel frattempo. Quella parte più silenziosa, meno spettacolare, ma profondamente umana. È in quello spazio che i personaggi diventano persone, e spero che il lettore possa riconoscersi in loro, al di là della specifica esperienza personale.

  •