Ultim’ora: tutti chiedono le dimissioni di Conte. Anche i 5 stelle ormai si sono convinti. Non ci sono più i numeri a tenere in piedi il Governo

di redazione politica
1 mese fa
24 Gennaio 2021
Ultim’ora: tutti chiedono le dimissioni di Conte. Anche i 5 stelle ormai si sono convinti. Non ci sono più i numeri a tenere in piedi il Governo

Non possiamo correre fischiettando nel precipizio” è il tam tam che attraversa il Pd in queste ore di fronte all’arrocco del premier. Mentre i “responsabili” continuano a latitare, da Palazzo Chigi filtra che le dimissioni non sono all’ordine del giorno e che sulla giustizia si andrà al voto in aula.

Ma il pericolo di andare a schiantarsi a Palazzo Madama, radicalizzando lo scontro, non lascia indifferente neppure il suo partito. “Il voto su Bonafede è un voto sul governo – ha avvisato Luigi Di Maio -. O si allarga la maggioranza o si va alle elezioni.

Conte non ha i voti

Se non ci sono i numeri adesso, non ci saranno neppure per il Ter”. Una blindatura ufficiale di Giuseppe Conte – “Stiamo con lui rispetto a Renzi” – e un’evocazione delle urne per stanare potenziali “volenterosi”.

Ma anche una deadline precisa: quarantott’ore per trovare la nuova maggioranza e risolvere la crisi. Altrimenti, meglio salire al Colle per dimettersi evitando la Waterloo collettiva che rischierebbe di trascinare il Paese in una campagna elettorale in piena pandemia.

Si rafforza il pressing sul capo del governo per tagliare le ali alla prospettiva di una sfida frontale dagli esiti molto incerti. E tracciare la via stretta di un Conte Ter, convincendo innanzitutto il diretto interessato.

48 ore di tempo

Tra mercoledì e giovedì il Parlamento si esprimerà sulla relazione sull’amministrazione della giustizia da parte del Guardasigilli. I “pontieri” giallorossi sono al lavoro per un’intesa che “annacqui” l’intervento evitando di urtare suscettibilità, pattinando tra tempi certi del processo, nodo della prescrizione e un possibile decreto sulla giustizia civile.

“La sfortuna è che si tratta del ministro più impopolare della squadra…” allarga le braccia un senatore Dem. Già: ma anche il simbolo di una stagione dei Cinquestelle e di un’idea di giustizia. Se Conte si immolasse per “salvare il soldato Alfonso” sarebbe poi difficile cambiare cavallo.

Nuove astensioni e defezioni

I numeri non sono ottimisti: dai 156 della fiducia, al Senato si veleggia intorno ai 148. Si sono sfilati Sandra Lonardo e Riccardo Nencini, che al massimo si asterranno. “Escludo il nesso tra fiducia a Bonafede e fiducia al governo – replica la senatrice a Di Maio –. Non accettiamo i “Dracula” del garantismo”.

Non arriverà nessun “soccorso centrista”, né dall’Udc né dalla pattuglia di Toti (sondati, hanno declinato). No anche da Casini, che da vecchia volpe della politica sottolinea: “Il premier dovrebbe dimettersi, aprire la strada per un reincarico”. Perché se si va sotto, sfuma anche il Conte Ter. Lo stesso consiglio che gli ha dato Bruno Tabacci, che dopo aver portato in dote 13 deputati alla causa governista è prossimo a gettare la spugna.

Certo, chi tiene i conti nella maggioranza pronostica diverse assenze o uscite strategiche dall’aula nei banchi forzisti e del gruppo Misto. Defezioni “fisiologiche” perché non è un voto di fiducia e in questo periodo, tra malanni di stagione e quarantene, alle sedute non c’è mai il pienone.

Più le astensioni dell’ultimo momento. Un gioco a incastri che potrebbe però non bastare. E anche se si superasse la soglia psicologica di “quota 150” sarebbe comunque quella compagine “raccogliticcia” che Di Maio (e Romano Prodi) ammoniscono di evitare.

Conte non vuole dimettersi, ha paura

.
E allora? L’alternativa è quella di cui Conte non vuole sentire parlare. Riaprire i canali con Italia viva. Una exit strategy che comincia a fare breccia anche nei Cinquestelle, come pronostica Emilio Carelli in un’intervista al Corriere:

“Bisogna parlare con Renzi per un rimpasto e un accordo di fine legislatura. So di essere in contrasto con le posizioni ufficiali, ma molti parlamentari M5S la pensano come me”. Nel Pd la tentazione è già uscita allo scoperto. Dopo Marianna Madia, i sindaci Gori e Nardella, oggi è la volta del capogruppo al Senato Andrea Marcucci di rilanciare il dialogo con i renziani: “Fermiamo la guerra, sediamoci intorno a un tavolo”.

Con lui il senatore Dario Stefano: “Basta veti”. Sulla stessa linea Francesco Verducci, vicino a Matteo Orfini. La vicepresidente del Senato Anna Rossomando: “Ora allargare la maggioranza con un programma di fine legislatura”.

Aperturista anche Graziano Delrio, capogruppo a Montecitorio, che parla da cattolico: “La grazia te la devi meritare”. Un invito a Renzi a togliere dalla tempia del governo la pistola del voto contro Bonafede. Un’eco delle parole del ministro Boccia: “Sì al confronto, no ai ricatti”. L’ex premier dal canto suo continua a predicare “nervi saldi” ai suoi, rimandando all’ultimo la decisione e resistendo alle pressioni per un’astensione che scomputi 18 senatori dal fronte del No.

“I nostri segnali di disponibilità al dialogo sono chiari – fanno sapere dal quartier generale renziano – Qualsiasi soluzione però deve passare da Conte”. Che al momento, giurano, non ha alzato il telefono né direttamente né indirettamente per trovare “una soluzione politica alla crisi” con loro.

“Noi abbiamo la pistola? Ma il premier ha in mano un idrante. E tocca a lui usarlo”. Restano quarantott’ore per risalire il piano inclinato. E imboccare la strada, per ora in salita, di un Conte Ter.

Temi di questo post