L’ultima rilevazione dell’Istat fotografa un’Italia alle prese con una nuova e significativa impennata dei prezzi al consumo, con effetti particolarmente pesanti sul cosiddetto “carrello della spesa”, ovvero l’insieme dei prodotti acquistati con maggiore frequenza dalle famiglie. A incidere su questa dinamica è soprattutto il rincaro dei beni energetici, legato all’escalation della guerra in Iran, che ha determinato un aumento dei costi dei carburanti e, di conseguenza, dell’intera filiera distributiva.
Su base annua, l’indice nazionale dei prezzi al consumo registra un incremento dell’1,7%, ma è nei beni alimentari non lavorati che si osservano le variazioni più marcate: si passa da un +3,7% a un +4,7%, segnale evidente delle difficoltà che colpiscono i prodotti freschi. Parallelamente, l’inflazione di fondo – calcolata al netto degli energetici e degli alimentari freschi – mostra una lieve attenuazione, scendendo dal +2,4% al +1,9%.
Nel dettaglio, a marzo 2026 i prezzi dei beni tornano a crescere su base annua (+0,8%), mentre i servizi rallentano il loro ritmo di aumento. Un contributo al contenimento dell’inflazione arriva in particolare dai servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona, oltre che dai servizi legati ai trasporti.
Tuttavia, la pressione sui consumi quotidiani resta elevata. I prezzi dei beni alimentari e per la cura della casa e della persona salgono al +2,2%, mentre i prodotti ad alta frequenza d’acquisto registrano un’accelerazione ancora più significativa, passando dal +1,9% al +3,1%. Il “carrello della spesa” raggiunge così un incremento del +2,2%.
Particolarmente colpiti alcuni prodotti freschi: carne bovina (+8,4%), uova (+8,5%), limoni (+10,8%) e ortaggi come zucchine (+11,1%) e melanzane (+21,5%). Secondo Assoutenti, l’aumento dei carburanti ha aggravato i costi di trasporto, contribuendo direttamente ai rincari. L’associazione chiede al governo di prorogare il taglio delle accise e di vigilare su eventuali speculazioni.
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