Morta da nove giorni, ma senza sepoltura: il calvario burocratico di Provvidenza Riccobono

11 Gennaio 2026 - 12:03

Morta da nove giorni, ma senza sepoltura: il calvario burocratico di Provvidenza Riccobono

È morta probabilmente il 2 gennaio, ma a nove giorni di distanza il suo corpo è ancora in casa, in una bara aperta, ormai in avanzato stato di decomposizione. Tutto a causa di un cavillo burocratico che impedisce la cremazione. È la vicenda surreale e drammatica di Provvidenza Riccobono, 83 anni, palermitana, la cui salma resta bloccata in attesa di un’autorizzazione formale da parte di un magistrato. Nel frattempo, la nipote Rosy Riccobono combatte una battaglia estenuante tra uffici, carte e rimpalli di responsabilità, mentre la dignità della zia viene sospesa insieme alle procedure amministrative.

Rosy era l’unica parente diretta dell’anziana e da circa un anno si occupava di lei quotidianamente: spesa, bollette, necessità di ogni genere. «Era autonoma in casa, ma per uscire aveva bisogno di aiuto», racconta. Il 2 gennaio Provvidenza chiama la nipote per chiederle alcune cose. Rosy gliele porta nel pomeriggio e nota che la zia respira con difficoltà. «Era una fumatrice accanita e la rimproverai. Le dissi che doveva smettere». Un richiamo affettuoso, che si rivelerà l’ultimo scambio tra le due.

Quella sera Rosy prova a chiamarla, ma non ottiene risposta. Pensa a un broncio passeggero, coerente con il carattere della zia. Nei giorni successivi il silenzio continua. Dopo tre giorni di chiamate a vuoto, il 7 gennaio Rosy si reca a casa dell’anziana con il figlio. Nessuna risposta al citofono. Forzano la porta e fanno la tragica scoperta: Provvidenza è a terra, già in stato di decomposizione. Sul tavolo c’è ancora il sacchetto dei surgelati portato il 2 gennaio, intatto. «Ho capito subito che era morta quel giorno».

Intervengono polizia e medico legale. La morte viene accertata come naturale e il magistrato dispone la restituzione della salma alla famiglia per la sepoltura. Ma è proprio qui che la vicenda si blocca. «Mia zia voleva essere cremata – spiega Rosy – ma nell’autorizzazione mancava quella parola. C’era scritto solo “sepoltura”». Un dettaglio formale che diventa insormontabile: il Comune ferma tutto e senza un nuovo via libera non si può procedere alla cremazione.

Da quel momento inizia un estenuante rimbalzo tra uffici. Polizia, Procura, carabinieri: nessuno sembra in grado di risolvere la situazione. Per giorni Rosy si sente dire che il fascicolo non è arrivato o che non si sa nemmeno chi sia il magistrato competente. Quando finalmente viene individuato, presenta un’istanza formale, ma la risposta promessa non arriva. Il 10 gennaio, in Procura, le viene comunicato che la magistrata non è presente. «Mi sono sentita dire che serve un’ulteriore autorizzazione del medico legale, nonostante il caso sia già stato chiuso e la salma liberata».

Nel frattempo il corpo di Provvidenza resta nell’abitazione, in una bara aperta e non zincata, inadatta alla conservazione. «Non si può nemmeno trasferirla in una cella frigorifera perché la bara è predisposta per la cremazione», spiega Rosy. I vicini iniziano a protestare: l’odore è diventato insopportabile.

Sono passati nove giorni dalla morte dell’anziana e tutto resta fermo per una parola mancante su un modulo. «Non c’è nulla di sospetto, nessun reato, nessuna morte violenta. Solo una dimenticanza burocratica», dice Rosy con amarezza. «E per questo una persona resta senza pace. È una questione di dignità: non è possibile lasciare una salma in casa per giorni».

Determinata a porre fine a questo incubo, la donna annuncia che tornerà ancora una volta in Procura. «Chiederò l’autorizzazione in mano, senza altri rinvii». E conclude con un appello estremo: «Se non riuscirò a ottenere il via libera alla cremazione sono disposta anche a farmi arrestare. Perché una persona morta ha diritto a riposare in pace».

Fonte: Fanpage.it

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