Moglie cannibale costringe il marito a uccidere l’amante e ne mangiano parti del corpo insieme

2 Agosto 2021 - 22:37

Moglie cannibale costringe il marito a uccidere l’amante e ne mangiano parti del corpo insieme

In casa i poliziotti hanno trovato resti umani conservati in frigorifero, 19 pezzi di pelle e carne umana conservata sott’aceto

Ma la storia, già sconvolgente, è ancora più intricata, perché, secondo quanto scoperto dagli inquirenti, la 43enne russa avrebbe indotto il marito a uccidere una donna per poi commettere atti di cannibalismo sul cadavere.

Il test del Dna ha rivelato che i resti trovati nel frigorifero della coppia di cannibali apparterrebbe a Elena Vashrusheva, una cameriera. Sembrerebbe che Natalia Baksheeva sospettasse che il marito avesse una relazione clandestina con la cameriera,

per questo avrebbe spinto il coniuge a uccidere la donna e poi a farla a pezzi.

E così lui, Dimitry Baksheev, 35 anni, si è persuaso di quanto gli chiedeva la moglie, ha colpito al petto con diverse coltellate la

cameriera e poi ha trascinato a casa il corpo della donna.

È qui che la coppia ha prima smembrato il corpo e poi mangiato alcune parti. Ma non solo: i poliziotti oltre ai resti confezionati

e conservati nel frigo, hanno trovato anche un barattolo con carne umana sott’aceto e 19 pezzi di pelle.

La storia ai limiti dell’irreale presenta ulteriori elementi inquietanti e sconvolgenti: infatti la donna avrebbe confessato di aver commesso atti di cannibalismo su altri corpi. Sarebbero ben trenta i cadaveri su cui la donna avrebbe praticato atti di cannibalismo solo nell’ultimo anno e mezzo.

Secondo quanto riportato dai media locali, i due inoltre amavano ritrarre i momenti di cannibalismo con fotografie, video e selfie. Infatti gli inquirenti hanno trovato a casa della coppia vecchi filmati e immagini in cui i coniugi Baksheev sono intenti a consumare carne umana.

Ma in Russia non esiste il reato di cannibalismo ed è per questo che Natalia Baksheev rischia al massimo quindici anni di reclusione. Per Dimitry si ipotizza una pena meno severa: l’uomo, infatti, è affetto da tubercolosi e pare fosse incline a farsi influenzare dalla consorte, senza dubbio mente malefica della coppia.

Un tempo ritenuto “un’esclusiva” dei soliti noti, come mantidi religiose o vedove nere, e limitato per lo più a condizioni di forte stress

o mancanza di nutrimento, il cannibalismo ha negli ultimi anni cambiato volto. Oggi si sa che nel regno animale è praticato da centinaia, forse migliaia di specie, e che ha moltissime funzioni, spesso vantaggiose per l’intera specie. Ma se quello animale, in termini biologici,

non è sempre un male, più difficile è comprendere le ragioni di quello tra uomini. Seguiteci in questo viaggio scientifico in una delle

usanze più disturbanti osservate in natura.

NEL MONDO ANIMALE, IL CANNIBALISMO SEGUE REGOLE PRECISE. Gli animali immaturi sono più predati di quelli adulti.

Le femmine lo praticano più dei maschi, e gli adulti di molte specie non riconoscono uova e larve come membri “di famiglia”:

per loro si tratta semplicemente di cibo. Aumenta se le forme di nutrimento alternativo scarseggiano, ed è direttamente legato

al grado di sovraffollamento all’interno di una popolazione. Queste leggi generali furono identificate negli anni ’90 per gli invertebrati,

e poi estese ai vertebrati. Per molluschi, insetti e aracnidi è quasi la norma: nella foto, una madre ragno della specie Amaurobius ferox

si lascia divorare viva dai suoi piccoli, in un estremo sacrificio per nutrirli: i nuovi nati sono troppi e troppo grossi perché la madre

possa provvedere a loro diversamente.

PER I PESCI È L’ASSENZA DI CANNIBALISMO LA VERA ECCEZIONE. Dato il numero sproporzionato di uova prodotte, il loro

elevato livello nutrizionale e le dimensioni dei genitori, milioni di volte più grandi rispetto ad esse, la nidiata costituisce per questi

animali una fonte di cibo facile e immediatamente disponibile.

È FREQUENTE TRA FRATELLI. Per gli uccelli come aironi e avvoltoi, il cannibalismo è spesso una strategia di sopravvivenza

che implica sanguinarie lotte fratricide. È la “strategia della scialuppa”: se le risorse per salvarsi sono limitate, solo il più forte sopravvive.

È più frequente quando la madre deposita uova asincrone, separate di qualche giorno l’una dall’altra. Il fratello più vecchio e robusto approfitta della sua taglia per soffiare cibo all’altro, e se i genitori non possono sfamare entrambi, il pulcino più grande si nutre di quello piccolo.

NON RIGUARDA SOLO I PARENTI. Quelli descritti finora sono esempi di endocannibalismo (il cibarsi di membri del proprio stesso

gruppo o famiglia). Ma il mondo animale pullula anche di esempi di esocannibalismo, quando cioè le “attenzioni” sono rivolte a esemplari esterni alla propria cerchia familiare. I leoni mangiano i cuccioli dei maschi rivali in segno di potere, dopo aver vinto una lotta, ma anche

per porre fine all’investimento materno delle leonesse per la prole nemica. Le femmine non entreranno infatti in calore finché

hanno cuccioli, ma diventano immediatamente recettive se li perdono.

Un drago di Komodo, Varanus komodoensis, mentre si nutre di un suo simile).

FU COLOMBO A CONIARE IL TERMINE “CANNIBALE”. Passando al cannibalismo umano, fu l’esploratore a rendere celebre il nome dei Canibal, una tribù dei Caraibi, fino a farlo diventare sinonimo di antropofagi. Lo fece di ritorno da uno dei suoi viaggi nel Nuovo Mondo, per indicare i costumi selvaggi degli abitanti di quelle terre, gettando così le basi teoriche per giustificarne il massacro da parte dei conquistadores.

PERCHÉ MANGIARE UN ALTRO UOMO? Nel caso di endocannibalismo, quando cioè ci si nutriva delle ossa, o delle ceneri, dei parenti, lo scopo era impedire che le loro “virtù” andassero disperse, e acquisirne la forza. Nel nutrirsi degli estranei ci sarebbero state invece motivazioni economiche e “dietetiche”: meglio mangiare i prigionieri, anziché morire di stenti.

Con il passaggio da economie ristrette di piccole bande o villaggi, a sistemi statali basati sull’agricoltura, fortunatamente, si ebbe anche la possibilità di produrre maggiori eccedenze di cibo. Il fabbisogno proteico poteva quindi venir soddisfatto da altri alimenti e, soprattutto, conveniva far lavorare lo schiavo per produrre il surplus da vendere, anziché ucciderlo e restare senza forza lavoro. C’è anche il risvolto psicologico: la pulsione a “mangiare l’altro” rimanda all’inglobarlo per possederlo (con riferimento al sesso).

Qui, i resti neanderthaliani della Troisième caverne di Goyet (Belgio), che documentano la pratica del cannibalismo.

CAMUFFATO DA SACRIFICIO. Un’eccezione a questa logica fu forse costituita dagli Aztechi che, pur avendo un apparato statale

molto sofisticato, praticavano tuttavia il cannibalismo di massa (si stima che sacrificassero dai 15 mila ai 250 mila prigionieri l’anno).

La loro sarebbe stata una necessità alimentare: la fauna dell’attuale Messico era troppo limitata e di piccole dimensioni per fornire

proteine animali a una popolazione sempre in aumento e che periodicamente subiva crisi alimentari dovute ai cattivi raccolti di mais.

Gli Aztechi non ebbero successo nei tentativi di addomesticare animali di grossa taglia, e non possedevano né ruminanti né suini.

Per fronteggiare questa situazione avrebbero istituzionalizzato, con una religione che prevedeva continui sacrifici umani, il cannibalismo.

FU SPESSO SOLTANTO UNA LEGGENDA. Molte volte nel corso della storia, il riferimento al cannibalismo è stato usato per

screditare i nemici, e per giustificare un loro trattamento inumano. Lo fecero i conquistadores con gli Aztechi: nel Codex florentinus, il frate spagnolo Bernardino De Sahagún sosteneva che distruggere gli Aztechi fosse il giusto castigo di Dio inflitto a quel popolo assetato di sangue umano. Nel 1511 i governanti spagnoli stabilirono che gli indigeni potevano essere fatti schiavi in quanto privi di anima. Alla stessa stregua, i cristiani accusarono di cannibalismo gli ebrei, gli inglesi lo fecero con gli irlandesi, mentre tedeschi e francesi si calunniarono a vicenda (per non parlare della credenza secondo la quale i comunisti mangiassero i bambini).

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