La morte di Ratko Mladić, l’ex generale serbo-bosniaco condannato all’ergastolo per genocidio e crimini contro l’umanità, rischia di riaprire una delle ferite più profonde della storia recente dei Balcani. Mladić è morto all’età di 84 anni nell’ospedale del carcere delle Nazioni Unite all’Aia, dove stava scontando la condanna per il suo ruolo nei crimini commessi durante la guerra in Bosnia.
Conosciuto come il “macellaio di Bosnia”, Mladić è stato ritenuto responsabile, tra gli altri reati, del genocidio di Srebrenica del luglio 1995, quando oltre 8mila uomini e ragazzi musulmani bosniaci furono uccisi. A suo carico anche le responsabilità per l’assedio di Sarajevo e per una serie di gravi crimini commessi durante il conflitto.
La sua morte, tuttavia, non sembra destinata a chiudere i conti con il passato. La decisione delle autorità serbe di organizzare funerali di Stato per l’ex generale ha suscitato forti reazioni e rischia di alimentare nuove tensioni con la Bosnia ed Erzegovina. Una scelta che, secondo l’analisi di Giorgio Fruscione, esperto di Balcani dell’Ispi, può essere letta come una forma di riabilitazione politica e simbolica di una figura condannata dalla giustizia internazionale.
Il timore è che la celebrazione di Mladić possa rafforzare il nazionalismo serbo e riaprire il confronto sulla memoria della guerra. Un problema particolarmente delicato in una Bosnia ancora segnata dagli equilibri costruiti con gli Accordi di Dayton del 1995.
Il Paese resta infatti diviso in due entità autonome: la Republika Srpska, a maggioranza serba, e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a maggioranza bosniaca e croata. Un sistema istituzionale complesso, nato per fermare la guerra ma che ancora oggi riflette le profonde divisioni etniche.
La morte di Mladić, dunque, rischia di trasformarsi non soltanto nell’ultimo capitolo di una tragica vicenda giudiziaria, ma in un nuovo terreno di scontro politico e diplomatico nel cuore dei Balcani.
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