“Cuori” Marco Bonini è l’anestesista Ferruccio Bonomo. L’intervista

6 Novembre 2021 - 4:02

“Cuori”  Marco Bonini è l’anestesista Ferruccio Bonomo. L’intervista

Fa parte della fiction Cuori, in onda su Rai1 ogni domenica sera, dove interpreta l’anestesista Ferruccio Bonomo. Parliamo di Marco Bonini, attore molto noto della fiction e del cinema nostrano che ha preso parte,

tra l’altro, a prodotti di successo come Un Posto al Sole o Le Ragazze di Piazza di Spagna. Una carriera, quella di Bonini, che spazia dalla recitazione alla scrittura, proprio come ci ha raccontato in questa

intervista in cui ci ha parlato dei suoi prossimi progetti.

Marco, fa parte del cast di Cuori, la fiction attualmente in onda su Rai1. Che cosa pensa di questo prodotto?

“Io sono stato molto bene sul set, nonostante abbiamo girato in zona Rossa a Torino, una città dove era sicuramente difficile stare in quei giorni. Sul set si respirava una bella atmosfera. Questo ha quindi

contribuito a serrare i ranghi e a trovarci bene negli studi Rai. Credo che ciò traspaia quando si guarda la serie. Mi sembra, anche grazie al lavoro dei colleghi e delle colleghe, che sia davvero una fiction di ottima

qualità. Tra l’altro, il regista Riccardo Donna ha fatto un lavoro fantastico sul cast. Tutti gli attori e le attrici, anche nei ruoli minori, sono molto bravi. Sono molto orgoglioso di questo lavoro, che ovviamente è

trainato da Matteo Martari, Pilar Fogliati e Daniele Pecci, che sono i protagonisti. Bisogna fare un plauso a loro tre ma, come ho già spiegato, anche a chi ha interpretato ruoli minori”.

La fiction è ambientata negli anni ’60. Ha una ricostruzione storica sicuramente molto dettagliata.

“Sicuramente lo scenografo ha fatto un ottimo lavoro. La ricostruzione dell’ospedale de Le Molinette è curata nei minimi particolari. L’impressione generale, dallo schermo, è molto buona, ma essendo stato lì

assicuro che anche le maniglie, giusto per citare oggetti minori, erano perfette. E’ stato fatto davvero un bel lavoro”.

E del personaggio che interpreta, Ferruccio Bonomo, cosa pensa?

“Ferruccio Bonomo ha i tratti del suo nome. E’ un po’ una diminuzione di se stesso. Non è un ferro completo, ma un ferruccio, un ferro minore. All’inizio della serie, non ha completamente il coraggio delle sue

azioni. Essendo un Bonomo posso dire però che ha un cuore tenero, che oltre ad anestetizzare i pazienti ha fatto lo stesso con il proprio cuore, che dovrà risvegliare. E forse ci riuscirà. Parte come lo stereotipo del

maschilista anni Sessanta, un latin lover superficiale. Ma si intuisce, come ho cercato di raccontare fin dall’inizio, che questo atteggiamento è una copertura contro il dolore. L’anestesia è un sospensione della

percezione del dolore, d’altronde. E a me sembra che Ferruccio si sia anestetizzato per non percepire quel dolore che si prova quando ci si espone ai sentimenti; quando si lascia lavorare il cuore”.

La fiction sta avendo un discreto successo. E’ contento?

“Sì. Il pubblico di Ra1 si è ormai abituato ad uno standard molto alto; a giudicare dai risultati, penso che Cuori lo stia incontrando. Sono quindi molto contento. Vedo reazioni e commenti positivi”.

Mettiamo da parte la fiction Cuori. Attualmente a quali altri progetti si sta dedicando?

“Attualmente, sono in ballo con due spettacoli miei. Uno è il Povero Ulisse, che sto portando in giro da questa estate. Da gennaio, riprendo anche Mr Dago, che ho portato in giro l’anno scorso. Inoltre, sono reduce

dalla bellissima proiezione, al Festival di Roma, del documentario di Edoardo Leo su Gigi Proietti, che ho scritto insieme a lui. Sempre con Edoardo, sto scrivendo un nuovo film. Infine, ad aprile uscirà il mio

nuovo libro, che si chiama L’arte dell’Esperienza. E’ un saggio sull’arte della recitazione, che ha vinto l’anno scorso il premio inedito col libro di Torino 2020”.

Nella sua carriera c’è quindi spazio anche per la linea autoriale?

“Ho sempre portato avanti sia la strada da attore, sia quella da autore, in maniera del tutto parallela. Il vantaggio del fare l’attore sta nel fatto che si hanno tanti tempi morti. E tutto ciò combacia con il lavoro dello

scrittore, che riempie questi tempi morti e che si fa in autonomia. E’ una cosa che voglio portare avanti sempre di più: la scrittura mi riempie di gioia, di soddisfazioni. Così come la recitazione. Anche se,

tendenzialmente, per il mio futuro vedo sempre più spianata la strada autoriale. Ad esempio, mi piacerebbe recitare maggiormente i ruoli che scrivo. Ovviamente, se arrivano progetti interessanti voglio continuare

a fare l’attore di servizio in altri film, ma se riuscissi ad avere una continuità autoriale non mi dispiacerebbe per niente”.

Siamo ancora immersi nella pandemia. Per lei, che periodo è stato?

“Oggi la situazione è sicuramente più positiva, dato che questa estate, a metà agosto, ho ripreso col teatro grazie allo spettacolo Povero Ulisse, che è un monologo ed è più semplice da portare in scena. Comunque

sia, sta riprendendo tutto il settore. Per fortuna, visto che il teatro è in grandissima difficoltà. Soltanto da pochi giorni il governo ha concesso il 100% della capienza. Speriamo che questa cosa continui e non si

creino dei blocchi, dato che alcuni del nostro mondo sono già caduti. All’inizio della pandemia invece non ho lavorato, così come tutti i miei colleghi per circa sette/otto mesi. Tuttavia, in quel periodo, ho avuto

modo di svolgere l’attività di autore. Tutti i set erano fermi, ma c’era tantissima richiesta di contenuti. Sono rimasto chiuso, dentro casa, come tutti gli altri, ma quella, ad essere sinceri, è la mia condizione

standard. Vivo in lockdown; quando non sono sul set, lavoro da casa. E non mi dispiace per niente, a dire la verità”.

 Ha preso parte a tantissimi film e fiction. E’ impossibile citarli tutti. A quali ruoli è più affezionato?

“Sicuramente il tassista de Le Ragazze di Piazza di Spagna, visto che è anche il primo ruolo che ho fatto da protagonista nel lontano 1996. Gli sono legato affettivamente, dato che è stato il primo dopo il Centro Sperimentale. Ho molto affetto anche verso tutti i miei spettacoli. Le cito anche il film di Edoardo Leo, Diciotto anni dopo, che abbiamo scritto e interpretato insieme. E’ stato un lavoro che abbiamo inseguito, costruito e accudito per tanti anni prima di riuscire a farlo. E poi c’è l’ultimo ruolo, che è sempre quello più vicino e che ha bisogno di protezione. Ferruccio Bonomo di Cuori mi sta molto simpatico e mi fa molta tenerezza”.

C’è stata anche l’esperienza in Un Posto al Sole, soap quotidiana. Sicuramente un lavoro differente rispetto alle altre fiction, no?

Un Posto al Sole è una cosa che ho amato molto. Intanto, mi ha dato lavoro in un momento in cui ero in difficoltà. E poi ho trovato tantissimo amore in questo prodotto, sul set, nelle maestranze, nel team di

scrittura. Quando si entra in una storia d’amore lunga 25 anni e si sente ancora quella sensazione vuol dire che sei davvero in un bell’ambiente. Sono molto grato alla soap, anche se lì sono stato poco, nemmeno un

anno. C’era da fare un lavoro sicuramente più intenso. Si girano 25 minuti al giorno di montato, mentre al cinema 2 e in televisione forse 7. Si fanno anche 10/12 scene al giorno. Il lavoro in sé, al di là della velocità

, è però sempre lo stesso. Una volta che hai preso il personaggio devi solo accompagnarlo attraverso i dialoghi e le scene”.

Al giorno d’oggi, c’è più difficoltà per un giovane attore di emergere rispetto a quelle che ha avuto lei all’inizio?

“Le difficoltà sono sempre tantissime e sono legate strutturalmente al tipo di lavoro che è. La recitazione è un lavoro artistico, motivo per cui non ci sono dei criteri oggettivi di giudizio. Nessuno può dire veramente

chi è bravo e chi non è bravo. Si tratta di sentimento, di una sensazione, che si ha guardando una determinata persona che fa una performance. E’ molto arbitrario. Quello che piace a me, non piace a lei e viceversa.

Questo crea un’instabilità molto alta. In più è un settore dell’economia italiana strutturalmente instabile. Avere delle opportunità di entrare in un prodotto di successo è sempre un miracolo, in qualche modo.

Credo che questa cosa sia sempre esistita, da Sofocle in poi. Ci sono delle piccole variazioni, come i social o l’accesso all’audiovisivo più facilitato, con i ragazzi che hanno una dimestichezza maggiore con il mezzo,

senza contare la società che tende alla spettacolarizzazione. Però io continuo a credere che chi rimarrà nella storia dello spettacolo sarà quello che avrà voluto farlo e che, soprattutto, avrà avuto qualcosa da dire.

Neanche la retorica per cui adesso vogliono tutti diventare famosi mi trova d’accordo. La fama è sempre stata l’oggetto del desiderio di tutte le società. Oggi, essendo una società della rappresentazione forse c’è

un’attrattiva in più ma anche una cosa molto pericolosa”.

Quale?

“In passato c’era più chiara l’idea che la carriera artistica fosse di fatica e a lungo a termine. Chi voleva farla provava ad entrare in Accademia; si aspettava una lenta progressione. Oggi, la società, così come il

sistemo economico, tende a sostituire e non più a riparare. L’idea che passa è quella che i desideri vanno realizzati immediatamente, altrimenti bisogna sostituirli. Questo crea molta frustrazione per chi decide di

iniziare questo lavoro, perché magari si aspetta un successo immediato. Quando invece a volte arriva persino dopo 20 anni; non subito. Conosco dei colleghi che vivono con grande difficoltà psicologica questa

anomalia nella nostra categoria”.

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