Cristian Cocco, l’ex inviato di Striscia la Notizia debutta alla regia. L’intervista di Retenews24

L'attore di origini ci racconta del suo esordio alla regia
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4 settimane fa - 30 Settembre 2021

Cristian Cocco, l’ex inviato di Striscia la Notizia debutta alla regia. L’intervista di Retenews24

Il pubblico televisivo lo ricorda poiché è uno degli storici inviati di Striscia la Notizia, ma di recente lo si è potuto ammirare anche grazie al ruolo dell’ispettore Pinna nella fiction, campione

d’ascolti, L’isola di Pietro. Parliamo dell’attore sardo Cristian Cocco, che ha debuttato in Io e mio fratello, il film che lo vede all’esordio alla regia. Un percorso artistico di cui abbiamo parlato in

questa intervista.

Cristian, a breve uscirà “Io e mio fratello”, il film che la vede all’esordio come regista. In che modo è nata l’idea?

“Dal mio punto di vista, l’arte parte proprio dalla recitazione, che ho avuto fin da bambino e che poi sfocia nella gavetta da cabarettista, comico e così via. Personalmente, nonostante i vari

contratti con il programma Mediaset, visto che vengo riconosciuto come personaggio televisivo data la mia esperienza a Striscia la Notizia, sono sempre stato inquadrato come attore e non da

giornalista. La voglia di esordire alla regia è arrivata nell’istante in cui Lux Vide mi ha voluto per interpretare l’ispettore Pinna a L’isola di Pietro, la fortunata serie di Canale 5 con Gianni Morandi.

Quell’esperienza mi ha ridato la voglia per rispolverare la mia vecchia passione per la recitazione, che ho comunque portato avanti grazie alle serate in piazza e al teatro. Ed ho rispolverato vecchi

soggetti, scritti da me, che avevo tenuto nel cassetto per anni”.

Ed è iniziata così la collaborazione con la Regione Sardegna.

“Esatto, nella mia regione sono ben voluto, grazie all’etica professionale che mi è stata riconosciuta negli anni passati a Striscia. Entrando nello specifico, ho elaborato un soggetto, con la

sceneggiatura che ho curato insieme a Giovanni Trevisan e Marco Domenicale, i miei due autori storici. Le esperienze di Striscia, dove in fin dei conti curavo la regia dei servizi scrivendo le mie

gag e che cosa sarebbe andato effettivamente in onda, e di Paperissima, con i personaggi che ho scritto per quattro anni, mi hanno dunque dato quella spinta per convincermi che potevo

“firmare”  la regia del film. Anche perché qualsiasi altro regista professionista ci avrebbe messo del suo, a scapito magari della sceneggiatura. Mi sono quindi fatto affiancare da un aiuto-regista, da

revisori di sceneggiatura e da altri professionisti. Ed ho così dato il via a questa scommessa, a questa evoluzione di percorso a 50 anni, dove la Regione Sardegna e il comune di Oristano mi hann

o aiutato in toto”.

Insomma, la regia è un nuovo inizio?

“Direi di sì. Ho iniziato un percorso nuovo motivazionale e spirituale. Ha sicuramente cambiato il mio modo di pormi. In Italia, quando si lavora nel mondo dello spettacolo si viene sempre

etichettati in una maniera- Al contrario, sto cercando di far venire fuori anche questo mio nuovo lato legato alla regia. L’anteprima nazionale del film è stata svolta il 18 settembre, a Oristano,

nell’unico cinema storico della città. Ho voluto che si facesse la, anche per far vedere che la Sardegna non è solo la Costa Smeralda. E poi perché il set è stato allestito lì, nelle coste di Torregrande,

la borgata marina oristanese”.

Si è avvicinato al mondo dell’arte lavorando, anche gratis, in alcune compagnie artistiche pur di imparare. E contemporaneamente svolgeva anche il lavoro di

bianchino perché, nonostante fosse giovanissimo, aveva già due figlie a cui pensare. Quando è arrivato quindi il ruolo di inviato a Striscia la Notizia, che l’ha resa

celebre in tutta Italia?

“E’ partito da La sai l’ultima?, visto che ho chiamato per l’edizione condotta da Gigi Sabani e Natalia Estrada. C’era un percorso itinerante per i casting e non avevo la possibilità di spostarmi,

anche perché non si aveva la certezza di essere presi. In seguito, hanno deciso di farne solo due: uno a Milano, l’altro a Roma. Decisi di andare nella seconda città, con più di 1500 persone a

sostenere il provino. Ero il primo e fui provinato da Giovanni Trevisan, che ancora oggi mi accompagna nel mio lavoro. E dopo La sai l’ultima?, dove arrivai in finale, c’è stata la possibilità di

entrare a Striscia. Da freelance, nel primo periodo, sono stato poi messo sotto contratto e con la famiglia Ricci ho lavorato anche Paperissima. Ho frequentato così la migliore scuola televisiva, da

pagato e non da pagante. E sono felicissimo di tutto il mio percorso”.

Il periodo di striscia non è stato però tutto rose e fiori, no?

“Confesso che Striscia è stato un impegno molto pesante. Da giovane hai tutta la forza per svolgere l’inviato, perché devi essere un soldato, un marines nel pieno delle tue forze. Esattamente come

un calciatore, quando arrivi ad una certa età, devi fare i conti con questo aspetto. Da un lato ho conosciuto grazie alla natura itinerante del programma tutta la Sardegna in ogni sua sfaccettatura,

dall’altro aveva costantemente una certa pressione quando realizzavo i servizi. Avevo responsabilità molto forti, con praticamente nessun margine d’errore. Lavoravo settimane per confezionare

video che duravano massimo 3 minuti. Le inchieste che facevo erano delicate; bisognava che approfondissi e stessi attento a tutto quello che dicevo e facevo. Potevo accontentare, ad esempio, tre

persone, ma scontentarne dieci o viceversa. Chi mi chiamava per espormi un problema riponeva fiducia nei miei confronti ed io dovevo risolvere il caso. Ho sempre sentito la pressione data dalla

responsabilità e non nascondo di essere caduto in depressione”.

E com’è riuscito ad uscirne?

“Nessuno lo sapeva, perché non l’ho mai detto, ma questo periodo è durato circa tre anni. Ora lo racconto a voce alta, perché bisogna sfatare questo tabù. Ci sono caduto a causa della

responsabilità e della pressione mediatica di quello che stavo facendo. Nei servizi, se andavo contro una persona, speravo sempre di non stare sbagliando. Certo, c’era la buona fede. Non ho mai

fatto servizi per soldi o per espletare la mia professione. Prendevo ogni inchiesta a cuore. Non sempre andavano d’accordo con la linea editoriale e, anche se non realizzavo certi servizi, ho sempre

cercato di risolvere certe questioni parallelamente e privatamente. Ho una bella famiglia allargata. In quegli anni, ogni giorno, mia moglie mi svegliava, mi vestiva col costume sardo e mi portava

dagli operatori, che mi prendevano per mano per mettermi in macchina. Facevo dunque il servizio col sorriso sofferente, perché la gente non doveva sapere nulla. Non volevo perdere il posto, non

potevo essere vulnerabile e non dovevo deludere chi mi chiamava. In quei tre anni ho lavorato con grande sofferenza, ma sotto analisi sono riuscito fortunatamente ad uscirne. Ne parlo perché la

mia esperienza può aiutare qualcun altro a venirne fuori”.

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