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Coronavirus, benedizione di Papa Francesco: “Dio, non ci abbandonare nella tempesta”

di  Redazione  -  27 Marzo 2020

Alle 18 come annunciato lo scorso 22 marzo, Papa Francesco sul sagrato della Basilica di San Pietro dinanzi a una piazza vuota, ha presieduto un momento di preghiera per invocare la fine della pandemia da coronavirus. Una pioggia battente e un silenzio assordante hanno fatto da contorno a un momento unico quello dell’Urbi et Orbi al quale tanti cattolici hanno preso parte a distanza. Il Pontefice infatti aveva invitato tutti a partecipare spiritualmente, attraverso i mezzi di comunicazione, per ascoltare la Parola di Dio, elevare una supplica in questo tempo di prova e adorare il Santissimo Sacramento. Al termine una straordinaria benedizione “urbi et orbi”, alla città e al mondo, solitamente impartita dal Pontefice a Pasqua e a Natale. Inoltre ci sarà la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria.

“Si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa – ha spiegato Papa Francesco – ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca…ci siamo tutti. come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”.

“La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità – ha continuato il Papa – la tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine, è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli. Siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto, avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato, ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita, le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show: medici, infermieri e infermiere, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo”. L’indulgenza plenaria è la totale o parziale remissione, e quindi cancellazione, della pena temporale dovuta per i peccati già confessati e perdonati sacramentalmente. Come si legge su ‘Avvenire’, “Per spiegarla bene, spesso si ricorre all’esempio del foro sul muro e del chiodo che l’ha procurato. Il chiodo è il peccato che una volta confessato e perdonato attraverso la Confessione ‘non c’è più’. Resta invece l’effetto del male commesso, il foro, che l’indulgenza per così dire chiude”. “Riassumendo: l’assoluzione sacramentale cancella i peccati, mentre l’indulgenza cancella la pena temporale, che non significa terrena, ma con una durata di tempo non senza fine: terrena, oppure da scontare in Purgatorio”. In genere le condizioni per ottenere l’indulgenza sono la Confessione sacramentale, la comunione eucaristica e la preghiera secondo le intenzioni del Papa. “È inoltre chiesta un’opera ‘indulgenziata’ da compiere nei tempi stabiliti, che può essere, ad esempio una determinata preghiera o la visita a una chiesa particolare”, aggiunge ‘Avvenire’. Vista la situazione emergenziale legata alla diffusione del Covid-19, e l’impossibilità per molti di poter presenziare fisicamente in Vaticano per assistere alle celebrazioni, la Chiesa dà la possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria a distanza, ai malati di coronavirus negli ospedali o in qurantena, agli operatori sanitari, ai familiari e a quanti si prendono cura dei malati. (Fanpage)